Grande partecipazione alla 21 km: 19 punti musica, tifo dai balconi e un’organizzazione impeccabile che ha superato ogni polemica
I 41 runner di Monopoli quasi sparivano tra i quasi 1500 tra podisti e camminatori presenti a Gioia del colle domenica scorsa. Un numero importante, sì. Ma domenica 26 aprile a Gioia del Colle si è visto molto di più: si è vista la passione, quella vera, quella che non si improvvisa e che riesce a trasformare una gara in qualcosa che resta dentro. Chiamarla “gara podistica” è riduttivo. La Gioia Running, alla sua dodicesima edizione, è stata un atto d’amore per lo sport. Gli organizzatori ci hanno messo tutto: cuore, sacrificio, entusiasmo. E si è visto in ogni dettaglio. Il percorso doveva essere speciale, unico: 21 chilometri con il suggestivo passaggio nella base del 36° Stormo, accanto agli Eurofighter. Un sogno per tanti runner, cresciuti con il mito di “Top Gun”. Poi, all’improvviso, lo stop. Le proteste, le polemiche, la necessità di cambiare tutto a pochi giorni dalla gara. È qui che si misura la passione. In pochissimo tempo, gli organizzatori hanno ridisegnato il percorso: due giri completamente cittadini, con tutte le difficoltà del caso. Una sfida enorme. E invece no: è diventata un’impresa. Una 21 km omologata, fluida, viva. Alle 8 del mattino il parcheggio d’avanti al palazzetto dello Sport è già pieno di energia. Volti concentrati, abbracci, sorrisi, rituali che si ripetono ma che ogni volta hanno qualcosa di speciale. Alle 9 lo sparo: preciso, netto. Si parte. Il primo rettilineo serve a sciogliere il gruppo, poi si entra nel cuore del paese. Gioia del Colle è tranquilla, quasi timida, ma presente: applausi dai balconi, gente per strada, occhi curiosi e sorrisi sinceri. È un tifo gentile, ma continuo. E arriva.Davanti volano i più forti, e tra loro Vito Alo’ con un passo impressionante una falcata paurosa e nel gruppo di testa guidato saldamente dal burundese Jean de Dieu Butoyi, che chiuderà in 1 ora e 7 minuti. Ma la verità è che qui vincono tutti. Perché ognuno corre la propria gara, contro il tempo, contro la fatica, contro i propri limiti. E lungo il percorso non sei mai solo. Diciannove punti musica. Non sottofondo: energia pura. Battiti che si mescolano a quelli del cuore. Mani invisibili che ti spingono quando le gambe iniziano a cedere. E poi la gente: una signora con la voce ormai rotta che incita ogni singolo atleta, gli scout ai ristori ogni tre chilometri, sempre pronti con un bicchiere d’acqua e un sorriso. Sono dettagli, ma fanno la differenza. Fanno la gara. Il secondo giro, di solito, è il più duro. Qui no. Qui è condivisione. È resistere insieme. E quando finalmente si arriva, al 21° chilometro, non è solo un traguardo. È un’emozione. Lo speaker Paolo Liuzzi chiama tutti per nome, come fossero amici di sempre. E in quel momento lo diventano davvero. Il ristoro finale è una festa: mozzarelle, taralli al finocchietto, una birra fresca. E un fiore per ogni donna. Gesti semplici, ma pieni di significato. Il gradino più alto del podio per Vito Alò è quasi scontato decimo assoluto e primo di categoria, un alieno. Medaglia d’argento per Nico Ricco sotto il muro dell’ora e mezza con tranquillità. Medaglia di bronzo infine per Paolo Gallizia e Maria Biasi. Sui social qualcuno scrive: “Avete alzato troppo l’asticella”. Forse è vero. Ma quando ci metti questa passione, non puoi fare diversamente. Resta solo un piccolo rimpianto per quegli aerei disegnati sulle magliette e sulle medaglie. I runner sono sognatori, e correre accanto agli Eurofighter li avrebbe fatti volare ancora più in alto. Ma forse, a pensarci bene, hanno già volato lo stesso. Perché quando c’è il cuore, quando c’è la passione vera, non serve altro.
Giovanni Ostuni

