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A Pasqua, mia madre

Nel giorno dell’onomastico di sua madre, lo scrittore monopolitano Fabio Angiulli celebra l’amore materno come forza salvifica in un’odissea spirituale tra crisi e speranza

La poesia “A Pasqua, mia madre” di Fabio Angiulli è un’intensa esplorazione del rapporto tra crisi personale e la potenza consolatrice dell’amore materno. Attraverso un linguaggio ricco di simbolismi e riferimenti culturali, il poeta ci conduce in un viaggio interiore che parte da un senso di alienazione e disfacimento del mondo contemporaneo.

La Pasqua diventa metafora di un “lampo” che squarcia le ipocrisie e le false promesse. In questo contesto, l’amore materno emerge come un rifugio sicuro, un “confine di Salvezza” capace di aprire “atlanti assoluti” e spiegare “ali d’angeli bianchi”.

Il poeta non risparmia una critica alla società attuale, definita come un “impero” in “sonno senza sogno”, e alla crisi delle istituzioni religiose. Tuttavia, la figura materna si erge a simbolo di speranza e rinascita, un “orietur nel petto radiante di gloria” che protegge il cuore del poeta dalle “piaghe d’Egitto” nel suo personale “viaggio d’Esodo”.

In conclusione, la poesia di Angiulli è un’ode all’amore materno come forza primigenia e salvifica, capace di guidare l’individuo attraverso le “notti senza Dio” e condurlo verso una nuova “primavera della vita”.

A Pasqua, mia madre 

I

La Pasqua del lampo squarcia

Cieli d’artificio e ben confezionati

In promesse di seminterrati della religione,

Da cui rinveniamo prendendoci per mano

Dopo la bi millenaria veglia nel Mar Morto.

E le vie dell’alienazione si sfasciano all’inverno,

Spalancando le primavere delle origini

Della riscoperta del trionfo dell’amore,

Che stanzia i confini dell’impero tra le braccia di mamma

Al crepuscolo dei neon della festa artificiale.

E nelle processioni non liturgiche dell’accadere

sovraneggia il buio della caverna

E la morte del Maestro

È in processione nel millennio coevo

Nelle chiese ormai sepolcri per sempre.

Ho occhi verso i rosoni dell’alba

– architettura medioevale per prigionieri –

II

Ma l’impero s’innalza nel sonno senza sogno

All’ora della sera

E marciano lentamente campane di rinascita alchemica

Ma senza icone di liturgia teatrale nelle arene delle strade

Ma edificato all’ora della Reminiscenza.

– Oblio teatrale di veglia quarantennale –

Dentro me

Per conclave crollato al crepuscolo dell’idolo Occidentale

Ed io che grido ancora l’io morente:

Io

Io

Io

Nel pozzo vuoto dell’eco d’ego in divenire

Nelle luce di Oriente della Fenice:

che ora brucia e che ora muore, poi rinasce

d’alchemica oreficeria…

pura e scolpita da divine mani.

Mentre scarto la mia sorpresa

Del terremoto occidentale

Nell’architettura dei pilastri

Ordigno di avi architetti Ottocenteschi

Spalancando atlanti universali e assoluti

Alla luce dell’orizzonte d’oriente.

III

Nell’apocalisse dell’Eterno

Degli avi e degli anni trionfa la terra della sera

Ma senza croci e cuori radianti

Al confine di Salvezza.

Nella mia fede di Qumran per Quarantennio

Crollano profeti nelle campagne ottocentesche,

E nelle vendemmie d’ottobre

cala il sipario sui giardini di foglie dei morti…

e delle promesse del sangue biblico.

L’epilogo del disastro scritto dal profeta di Rocken

Nelle stanze bianchissime dell’alienazione

In questa luce del giorno d’artificio

Lo specchio pone un eco:

che sono forse un vivo io?

Nelle notte senza Dio

E fosco d’io?

IV

Ma la notte dell’epilogo

Tra le mani di mamma

Apre atlanti assoluti e spiega ali d’angeli bianchi,

Forando l’orizzonte dei mari

Nello Zen del santuario del cuore

Nella camera superiore entra una scalpitante

Musica di vittoria di campane.

E noi siamo qui,

spogli dell’intera civiltà combusta da ogni cosa.

Nell’olocausto animico della preghiera meridiana

Con orietur nel petto radiante di gloria,

e si espande l’impero della vittoria

E sappiamo il prologo delle estati

delle iniziazioni

tribali tamburi dell’est nel nostro petto

battono vite sepolte dalla civiltà,

silenzi mesopotamici prima del buio della parola

e mia madre per sempre in primavera della vita

protegge il mio cuore dalle piaghe d’Egitto

nel lungo inverno del viaggio d’Esodo

sino a passare oltre il Nilo.

Per trapassare il confine dell’orizzonte.

Fabio Angiulli