Disturbi del Comportamento Alimentare, “Il percorso verso la guarigione si traduce in crescita”

Intervista alla dott.ssa Angela Mastrandrea oltre il tunnel dei DCA

 

La strada verso il mondo rinnovato, colorato, posto oltre il tunnel dei disturbi alimentari è condivisa da sempre più persone, famiglie, associazioni e professionisti. Il primo passo verso la prevenzione e sensibilizzazione in tema DCA è sicuramente parlarne, approfondire. Informare.

E allora affidarsi a professionisti competenti, esperti della tematica tanto sul campo quanto in conoscenze, è oggi fondamentale. Sul vasto tema dei disturbi del comportamento alimentare, dalle cause alle cure, passando per le sfaccettature più sottili, abbiamo rivolto un’intervista alla dott.ssa Angela Mastrandrea, Psicologa Psicoterapeuta Cognitivo-comportamentale, Specialista in Neuropsicologia.

dott.ssa Angela Mastrandrea

“Il mio percorso formativo e professionale mi ha sempre posto davanti una missione da raggiungere: perseguire il pieno benessere psicofisico della persona, promuovendo comprensione, fiducia, genuinità ed empatia ed il raggiungimento della sua salute mentale” sostiene convintamente la dott.ssa Mastrandrea. I suoi interventi sono rivolti a bambini, adolescenti, adulti e anziani, tramite percorsi psicologici individuali, di coppia o di gruppo con un unico obiettivo: ottenere un completo benessere fisico, psichico e sociale.

“Addentrarsi nell’essenza del mondo della persona, arrivare alle origini del suo progetto di vita, abbandonando del tutto lo spirito giudicante. Osservazione, ascolto, comprensione della problematica, diagnosi e trattamento sono le fasi fondamentali del processo terapeutico”: questo alla base del suo modus operandi presso l’Ambulatorio di Psicologia Clinica, Psicoterapia e Neuropsicologia -Studio Medico Specialistico San Giuseppe Moscati, in Via Arenazza n.79/A a Monopoli (Ba).

L’approccio terapeutico della dott.ssa Mastrandrea si traduce in chiave moderna ed efficace: “Migliorata flessibilità psicologica, vivere una vita ricca e significativa investendo energia principalmente nell’azione e nell’attenzione, seguendo i principi sintetizzati nella formula ACT (Accetta i tuoi pensieri e le tue emozioni e sii presente; Connettiti con i tuoi valori; Traduci i tuoi valori in azioni efficaci). Dottoressa, i DCA (disturbi del comportamento alimentare) sono stati riconosciuti come vere e proprie patologie.

Ma quali sono i campanelli di allarme di un disturbo alimentare, nonostante chi ne è affetto tenti di dissimulare e mascherarli?

“Il principale sistema per la classificazione e la diagnosi dei Disturbi dell’Alimentazione, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, noto come DSM-5, dell’American Psychiatric Association (APA), riconosce tre forme di disturbi dell’alimentazione (anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata o binge-eating) e un ampio gruppo di ‘altri disturbi dell’alimentazione’. Essi sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione e/o di comportamenti connessi all’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale. Le ragazze e i ragazzi che hanno un disturbo del comportamento alimentare sono malati invisibili agli occhi degli altri: spesso si è incapaci di vedere e di capire oppure si è immobilizzati dall’inadeguatezza e dalla paura. Un disturbo dell’alimentazione si installa nella mente e diventa la preoccupazione maggiore fino ad assorbire quasi ogni energia: lo scorrere della vita è segnata da fissazioni e da fobie relative al peso, alla dieta o all’immagine che si crede abbia il corpo.

È in questi ultimi anni che si è sviluppata, come afferma Cuzzolaro, una cultura lipofobica, cioè fondata sulla “paura del peso e del grasso” e imperniata su ossessive preoccupazioni estetiche per l’immagine del proprio corpo che deve perseguire la snellezza. Vedere ragazze cimentarsi in diete, stare attente al proprio aspetto fisico e al grasso in eccesso o cercare di dimagrire attraverso l’attività sportiva è sempre più comune nella nostra società; pertanto, risulta difficile delineare il confine tra un comportamento nella norma ed un comportamento problematico. La più ovvia manifestazione di un DCA è senza ombra di dubbio un’alterazione del regime alimentare o la persistenza di abitudini particolari associati a tristezza per la maggior parte del tempo, a sentimenti di colpa collegati al cibo, ad aumento di peso o a segrete abbuffate, o a condotte eliminatorie purgative. Ogni cambiamento delle abitudini alimentari di una ragazza potrebbe essere transitorio, ma in generale più a lungo questi durano, divenendo sempre più rigidi e automatici, più potrebbero diventare pericolosi. Ciò che caratterizzano i DCA sono gli eccessi e gli estremismi, accompagnati da segretezza, irritabilità, infelicità, bassa autostima.”

Da cosa può derivare un disturbo alimentare?

“Benché l’eziologia dei DCA non sia nota, sembra che giochi un ruolo importante l’associazione di elementi genetici, psichiatrici e culturali. I DCA sono la conseguenza di condizioni complesse generate dalla presenza contemporanea di più fattori di diversa natura riferibili alle caratteristiche individuali (fisiche/biologiche e psicologiche) della persona, alle relazioni che intrattiene nel suo ambiente (ad es. familiare e scolastico) e nella cultura che domina la società in cui vive”

Generalmente quali sono le cause scatenanti?

“In letteratura psicologica, la teoria cognitivo-comportamentale sostiene che la restrizione alimentare, comportamento che caratterizza l’esordio della maggior parte dei disturbi dell’alimentazione, ha origine da due vie principali che possono operare contemporaneamente. La prima si presenta negli individui che hanno la necessità di controllare vari aspetti della loro vita (per es. lavoro, scuola, sport, altri interessi) quando in circostanze particolari iniziano a spostare i loro sforzi verso il controllo dell’alimentazione. La seconda è l’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo negli individui che hanno interiorizzato l’ideale di magrezza. In entrambi i casi, il risultato è l’adozione di una restrizione dietetica estrema e rigida che, a sua volta, rinforza la necessità di controllo, in generale, e del peso e della forma del corpo, in particolare.”

Dietro un disturbo alimentare, c’è un mondo interiore in perenne squilibrio di emozioni e sentimenti. Così si passa da un eccesso all’altro, si passa per la privazione e/o l’ossessione del cibo. I disturbi più frequenti sono anoressia e bulimia, essi come si distinguono, ed al tempo stesso da cosa sono accomunati nelle cause e negli effetti?

“L’anoressia nervosa inizia nell’adolescenza con una marcata perdita ponderale, per il perseguimento di una dieta ferrea e molto ipocalorica, e il raggiungimento di peso corporeo molto basso. Alcune persone per perdere peso eseguono un’intesa attività fisica eccessiva e compulsiva. Altre per dimagrire si inducono il vomito o usano altre forme non salutari di controllo del peso, come l’uso improprio di lassativi o di diuretici. Sintomi comuni con la bulimia nervosa sono la depressione, il deficit di concentrazione, la perdita dell’interesse sessuale, l’ossessività e l’isolamento sociale. Fattori prognostici positivi sono la giovane età e la breve durata di malattia. Fattori prognostici negativi sono la presenza di problematiche mediche e psichiatriche coesistenti all’anoressia nervosa. Come per l’anoressia nervosa, l’età di esordio della bulimia nervosa è compresa tra i 12 e i 25 anni. Le persone colpite sono generalmente di peso normale, alcune lievemente sottopeso, altre leggermente sovrappeso, pochissime in grande sovrappeso. La bulimia nervosa inizia nei casi tipici con una dieta estrema e rigida. Dopo un certo periodo, gli episodi di abbuffata interrompono la restrizione dietetica e di conseguenza il peso corporeo tende a rimanere nella norma o lievemente al di sopra o sotto la norma. Nella maggior parte dei casi gli episodi di abbuffata sono seguiti da comportamenti di compenso eliminativi, come il vomito autoindotto, l’uso improprio di lassativi e/o di diuretici oppure da comportamenti di compenso non eliminativi, come la restrizione dietetica estrema e rigida o l’esercizio fisico eccessivo e compulsivo. La bulimia nervosa, come l’anoressia nervosa, se persiste negli anni danneggia gravemente le relazioni sociali, la carriera scolastica e lavorativa.”

Oltre alla bulimia e all’anoressia, quali sono gli altri disturbi del comportamento alimentare ancora poco conosciuti e di cui ancora poco si parla?

“Un altro disturbo dell’alimentazione descritto nel DSM-5 è il Disturbo da Binge-Eating, caratterizzato da abbuffate che non sono seguite dall’uso sistematico di comportamenti di compenso, come il vomito autoindotto, che pongono termine all’episodio di abbuffata. Le persone che ne sono affette si preoccupano moltissimo del proprio comportamento e lo giudicano un serio problema, sia per la sensazione di perdita di controllo che provano, sia per le implicazioni che gli episodi di abbuffata possono avere sul peso corporeo e sulla salute. Altri Disturbi dell’Alimentazione si riferiscono a tutte quelle situazioni in cui i sintomi caratteristici di un disturbo dell’alimentazione causano un significativo disagio o un danno nel funzionamento sociale, occupazionale o in altre aree importanti. Gli Altri Disturbi dell’Alimentazione possono essere: anoressia atipica, bulimia nervosa a bassa frequenza e/o di durata limitata; disturbo da binge-eating a bassa frequenza e/o di durata limitata; disturbi da condotte di eliminazione; sindrome da alimentazione notturna.”

I DCA colpiscono molto i giovani, fasce d’età adolescenziali o non ancora adulte. Come deve comportarsi un genitore il cui figlio/a è affetto da DCA?

“Intuire che la propria figlia ha un problema del comportamento alimentare genera un vero e proprio terremoto interiore. Un genitore potrebbe sentirsi angosciato perché sa quali conseguenze possono avere i DCA sulla salute di una figlia; potrebbe essere irritato perché pensa di essere stato un buon genitore e di non comprendere i motivi che spingono una figlia a comportarsi così; potrebbe avere paura di scoperchiare il “vaso di Pandora” temendo di non avere le competenze necessarie per gestire la problematica o, ancora, potrebbe avere paura di essere colpevolizzato dagli altri. Anche se le difficoltà di un genitore possono essere comprensibili, in quei momenti il suo silenzio potrebbe essere controproducente al punto da contribuire ad alimentare il segreto e la forza del DCA della figlia. Colmare la distanza tra un genitore ed una figlia, affrontando per la prima volta un discorso sul DCA, non sarà facile. Ma è necessario fare. La prima grande preoccupazione che un genitore deve affrontare consiste nelle conseguenze sulla salute che il disturbo potrebbe aver causato alla figlia. E’ sempre buona norma, in tal caso, accompagnare la ragazza dal medico di base per un primo check-up di controllo, poi ripetuto a intervalli regolari nel tempo. E’ buona norma, inoltre, creare un contatto con la scuola per avere garanzia che la ragazza sia monitorata anche quando non è a casa e che anche gli insegnanti si possano relazionare con lei in maniera consapevole. Può essere utile coinvolgere altre figure educanti, come allenatori sportivi, se la ragazza passa molto tempo con loro e ha fiducia in loro. Può essere, altresì, utile confrontarsi e creare un’alleanza con le migliori amiche della figlia per poter contare sul loro aiuto. E’ importante che la ragazza sappia con chi ha parlato il genitore, sia perché deve sapere di non essere sola e su chi poter contare e sia perché segreti e tradimenti creano distanza.”

Come si può prendere consapevolezza di un disturbo alimentare? Perché è importante chiedere aiuto e non sottovalutare un approccio non sano al cibo?

“I DCA sono patologie mentali gravi e pericolose, che richiedono trattamenti specialistici mediolunghi. La premessa necessaria per un trattamento è la consapevolezza che un DCA richiede cure specialistiche. Tuttavia, la negazione della malattia è uno dei sintomi caratteristici dei DCA ed è un indicatore di gravità: più la persona anoressica o bulimica nega l’esistenza o minimizza l’entità del sintomo, più dimostra verso di esso un attaccamento e un investimento molto forti, che fanno presagire notevoli difficoltà per il sistema curante e per l’ambiente familiare a promuovere nella persona cambiamenti significativi nei pensieri e nei comportamenti. Il primo passo da seguire è una diagnosi specialistica ottenuta attraverso una valutazione psicologica, test, esami ematochimici e strumentali. Successivamente alla diagnosi, si procede con il trattamento psicologico ambulatoriale. Il principale trattamento empiricamente fondato per i disturbi dell’alimentazione è la Terapia Cognitivo-Comportamentale che si focalizza sui processi di mantenimento della psicopatologia specifica, utilizzando strategie e procedure cognitive e comportamentali integrate con un intervento educativo rilevante.”

Da un disturbo alimentare si può definitivamente guarire? Qual è il primo passo da fare per imboccare l’uscita dal tunnel e tornare a vedere, vivere, nutrirsi, a colori?

“Guarire da un DCA è possibile, ma il percorso verso la guarigione non è semplice, né breve, né lineare. E’ molto probabile che si possano attraversare fasi di peggioramento del sintomo, ricadute che si alternano a periodi di remissione e che il trattamento richieda tempi lunghi. Certamente è possibile raggiungere una condizione fisica accettabile, non avere più sintomi che siano invalidanti per le quotidiane e normali attività. I miglioramenti più facilmente osservabili sono: il recupero del peso, la ricomparsa del mestruo, la diminuzione o scomparsa delle abbuffate e del vomito, la normalizzazione delle abitudini alimentari. La persona guarisce davvero quando non vede più il disturbo alimentare come un evento dovuto a cause eterne e incontrollabili, ma come una parte della propria vita rispetto alla quale riconosce di avere delle responsabilità personali. Nel percorso verso la guarigione, la persona amplia la consapevolezza sui propri reali bisogni, trova soluzioni alternative al sintomo, prende coscienza della propria storia senza farsi eccessivamente condizionare da essa, impara ad affrontare e superare gli ostacoli ambientali che si oppongono al suo cambiamento. Tutto questo si traduce in una crescita”.

 

 

foto di copertina tratta da https://ilfattoalimentare.it/