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Coronavirus e l’improvvisa bramosia di stringere rapporti

Era il 31 dicembre dello scorso anno quando tutto ebbe inizio, ma tutti noi, in Italia e nel resto del mondo, eravamo “distratti” dai festeggiamenti per il Capodanno per renderci conto di quello che, di lì a poco, sarebbe accaduto. Agli inizi di gennaio quando si iniziò a sentir parlare di quanto stava succedendo in Cina, più precisamente a Wuhan, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che la nostra vita sarebbe di colpo, improvvisamente, cambiata per sempre. D’altronde, oltre ai nostri avi che si sono trovati ad affrontare pestilenze come la peste, il colera, il morbillo o il vaiolo, la nostra generazione si era già ritrovata ad affrontare e superare altre epidemie: il morbo della “mucca pazza” nel 2001, l’influenza aviaria (di cui si sta tornando a parlare in questi giorni), la SARS nel 2002, l’influenza H1N1 nel 2009, che ci avevano sì spaventato, ma che grazie ai costanti progressi fatti in campo medico si era riusciti a contenere e contrastare. Perciò, nessuno di noi avrebbe mai potuto minimamente supporre quello che si sarebbe prospettato a marzo quando abbiamo dovuto osservare un lungo periodo di lockdown per riuscire a combattere la prima ondata di Coronavirus; si pensava che ci si sarebbe svegliati l’indomani e che tutto sarebbe finito come dopo un brutto sogno, come lo si spera ancora… in attesa del vaccino che potrà far sì che questa speranza possa diventare finalmente realtà.

La fretta è cattiva consigliera

Forse è stato proprio quell’ardente prematuro desiderio di “normalità” che, dopo un’estate pressoché ormai covid free, ci ha fatto ripiombare nel baratro di questa seconda ondata; inutile ormai parlare con i “se” ed i “ma”, se avessimo proceduto con maggiore prudenza ed atteso il vaccino contro il Covid-19 prima della riapertura dei propri territori e delle frontiere: fatto sta che quello che stato è stato.

In questi ultimi mesi, si è parlato tanto, letto ed ascoltato di tutto e di più; l’opinione pubblica stessa si è divisa tra realisti e negazionisti.

Ogni giorno ci si interroga su come realmente si sia arrivati a questo, sul rischio di come si possa essere contagiati, se realmente sia un virus così letale come viene descritto o lo sia soltanto con chi ha patologie pregresse, se sia così semplice contrarlo oppure no e, su come ci si possa “difendere”.

Fatto sta che soltanto trovandosi faccia a faccia con quello che viene definito (da chi ha avuto la sfortuna di incontrarlo sul proprio cammino) il “mostro”, il “maledetto”, è possibile sapere chi dei due avrà la meglio e vincere questa battaglia per la vita in una vera e proprio lotta per la sopravvivenza; come se fosse una lunga ed imprevedibile partita a scacchi.

Il virus cammina sulle nostre gambe

 

Tante volte, in questi mesi, ci si è sentiti ripetere questa frase. Eppure, spesso che ne dimentichiamo. Nonostante siamo passati alla storia per essere la generazione social, sempre lì col cellulare in mano – anche a tavola – impegnata a costruire contatti virtuali, ora ci siamo ricordati del bisogno di avere contatti umani ed è così che abbiamo spianato la strada per l’inesorabile avanzata del Covid-19, che oggi è uno dei prezzi da pagare per la globalizzazione.

Viviamo infatti in una società “viziata” che ha tutto, ma è costantemente alla ricerca di ottenere quello che ancora non ha. Con un click possiamo fare tutto, non ci manca nulla: è adesso che abbiamo la possibilità di riscattarci e di poter utilizzare al meglio gli strumenti a nostra disposizione per comunicare con gli altri, vederli, ma senza mettere in pericolo la nostra e la loro salute.

Siate egoisti

Ebbene sì: l’unica arma a nostra disposizione è mantenere il distanziamento sociale, utilizzare i dispositivi di protezione individuale a nostra disposizione ed igienizzare le mani. Dobbiamo farlo innanzitutto per noi stessi; perché tornerà il tempo per scambiarsi dimostrazioni d’affetto se saremo capaci di aspettare tempi migliori: è in gioco la vita di ognuno di noi e perderla così sarebbe un vero peccato.

Meglio rimorsi, che rimpianti.

Una volta contratto il virus, non si può tornare indietro e non servirà rimuginare su cosa si sarebbe potuto fare per evitarlo.

Bisogna tenere duro e proteggersi senza fare passi avventati, ma soprattutto comportarci come vorremmo che gli altri si comportassero con noi: con estrema sincerità.

Tutti insieme, possiamo farcela!

di Paola Calabretto