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A seguito della demolizione del plesso scolastico di via Procaccia, una docente ci ha scritto per rivolgere a tutti i nostri lettori delle spontanee riflessioni su un dato di cronaca che tocca da vicino la sua sensibilità di cittadina e di insegnante.

La presente lettera prende spunto da un fatto di cronaca di Monopoli, cioè l’abbattimento del complesso scolastico dove sorgevano gli edifici scolastici: scuola dell’infanzia “Europa Libera” e primaria “Giovanni Modugno”.
L’edilizia scolastica di un territorio rappresenta un indicatore di quanto una comunità  investa nel benessere,  la sicurezza e la formazione del cittadino.
Progettare una scuola è un processo lungo e complesso. Si tiene conto delle sue caratteristiche peculiari, legate allo speciale profilo dell’utenza cui è destinato, della  vocazione di edificio pubblico che deve  durare nel tempo ed assumere un ruolo nei confronti del contesto urbano, perché lascia sul territorio segni duraturi  dai quali i bambini, in questo caso, si avviano alla formazione: per questo la struttura dovrà essere frutto di un lavoro multidisciplinare.
La costruzione di quell’edificio, secondo il mio parere, è  rientrata nell’idea di una cultura consumistica che  realizza i  propri progetti in pratiche troppo rapide senza una elaborazione di più proposte operative. Le decisioni dovrebbero basarsi su  di un confronto tra rischi e benefici, ipotizzabili  per ogni possibile scelta alternativa.
Eravamo sicuri che l’intera area su cui sorgevano i due edifici fosse idonea  alla realizzazione di un così importante progetto? Quali garanzie sono state prese circa i materiali utilizzati? Occupare l’area costiera era necessario? Sono domande che mi sono posta più volte, ma  ero occupata a svolgere la mia attività di insegnante,  ad interessarmi dei bisogni dei bambini. Dopo diversi decenni i miei interrogativi trovano risposta nella delibera del consiglio comunale  per la demolizione dei due edifici.
Così, sotto le macerie si nascondono   ricordi di esperienze vissute dalla comunità durante la permanenza a scuola, adesso  sorvolati dai gabbiani. Sono ricordi che possiedono in sé una valenza affettiva ed emotiva enorme sia per i bambini, che per i genitori e  il personale scolastico. Lo spazio fisico è il luogo adatto a custodire tracce del vissuto di ogni persona. Sin dalla primissima infanzia viene data la possibilità alla popolazione del  quartiere,   senza esclusione per  nessuno, di entrare nella scuola. Per un bambino entrare e vivere nella scuola significa possedere la chiave per spalancare le porte sul mondo delle relazioni interpersonali e sul mondo del sapere.
La scuola come  patrimonio pubblico, di per sé  valore civile e morale  di una comunità, deve essere una struttura solida, ma deve tener conto anche della bellezza del paesaggio, senza arrecarvi  mutamento, né costituire  barriera capace di  ridurre l’ampiezza della visuale: “ La bellezza salverà il mondo”.
Ora mi rivolgo ai bambini e alle bambine di ieri, oggi uomini e donne del nostro tempo. Sono  certa che essi siano consapevoli dell’impegno civile che ogni  persona deve assicurare al processo evolutivo della cultura,  della responsabilità e della dedizione  riguardo alla conservazione del patrimonio pubblico, esso è “ Casa Comune”.
Questo mio pensiero non è soltanto frutto di  nostalgia  per aver  insegnato in quella scuola ed essere attualmente in pensione, è  la speranza che pongo nel vostro futuro perché possiate  sentirvi parte attiva della città. La mia riflessione vuole tradursi in appello perché non abbiano a succedere più rimozioni di tal genere, che fanno male al cuore mio personale e immagino di quanti credono al significato storico, educativo e morale di una scuola e di una comunità.
Maestra Chiara Lonero