L’avvocato Michele Allamprese ripercorre nel suo podcast i troppi interrogativi sulla sparizione dell’appuntato scelto della Guardia di Finanza
La svolta decisiva nel caso di Pietro Conversano arriva dalle aule giudiziarie: la Procura della Repubblica di Bari ha ufficialmente aperto un fascicolo d’inchiesta per omicidio volontario a carico di ignoti. Cade così definitivamente la pista iniziale dell’allontanamento volontario, così come perde consistenza l’accusa di diserzione mossa in passato nei confronti del militare. La magistratura pugliese ipotizza oggi un delitto, spinta dall’azione tenace della famiglia Conversano, sostenuta dall’Associazione Penelope e guidata dalle indagini difensive dell’avvocato Michele Allamprese. Un passaggio chiave che impone di ripercorrere da capo, e sotto una nuova luce, l’intera cronologia di una vicenda contrassegnata da troppe ombre e gravi vuoti investigativi.
Le ultime ore e l’uscita da Fasano
La storia ha inizio nelle prime ore di mercoledì 13 febbraio 2019. Pietro Conversano, appuntato scelto in servizio presso la Compagnia della Guardia di Finanza di Monopoli, esce dalla sua abitazione di Fasano intorno alle 4:00 del mattino. Alla famiglia riferisce di doversi assentare per una riservata e improrogabile missione lavorativa. Sale a bordo della sua Peugeot 306 e si mette in viaggio verso Monopoli: i tracciati telefonici confermano un percorso diretto, compiuto senza effettuare alcuna sosta intermedia.
Giunto a Monopoli, Pietro parcheggia l’autovettura nei pressi della caserma delle Fiamme Gialle, all’epoca ubicata in via Baione, a pochissime decine di metri dallo scalo ferroviario. Prima di abbandonare l’abitacolo compie due gesti emblematici: lascia le chiavi di casa all’interno del veicolo e stacca i cavi della batteria per evitare che il freddo la scarichi. Si tratta di un’abitudine consueta per il finanziere, che evidenzia la chiara intenzione di voler riprendere il mezzo al suo ritorno. Successivamente, le unità cinofile dell’Associazione Penelope rileveranno una sosta a piedi del militare proprio nei pressi della caserma, prima che lo stesso si incammini verso la stazione.
Il mistero dello zaino e l’ultima immagine a Bari
Conversano sale sul treno regionale diretto al capoluogo pugliese. Alle ore 5:29, le telecamere di videosorveglianza della stazione centrale di Bari lo inquadrano mentre cammina lungo i binari. Nelle immagini, l’appuntato indossa ed è in possesso di uno zaino scuro, un accessorio che non aveva con sé al momento dell’uscita di casa a Fasano. Pochi istanti dopo l’inquadratura, il finanziere si inoltra all’interno di un tunnel ferroviario e svanisce nel nulla.
Attorno a questa sequenza si concentrano i primi rilevanti interrogativi sollevati dalla difesa. Chi ha consegnato a Pietro quello zaino? La brevissima distanza tra l’auto parcheggiata, la caserma di via Baione e i binari rende plausibile l’ipotesi di un incontro fulmineo nei pressi del presidio militare per il passaggio della sacca. Tuttavia, i filmati delle telecamere della caserma e delle attività commerciali limitrofe (tra cui un tabaccaio lungo il tragitto), che avrebbero potuto chiarire con esattezza le dinamiche di quel momento, non vennero mai acquisiti agli atti dell’inchiesta dell’epoca, pur essendo stati visionati dai militari nelle ore successive alla scomparsa. Allo stesso modo, le registrazioni del tunnel della stazione di Bari in cui Pietro è scomparso non furono mai collegate al fascicolo.
La parabola giudiziaria: dall’allontanamento alla diserzione
Nelle settimane immediatamente successive al 13 febbraio 2019, le indagini vengono orientate verso l’ipotesi dell’allontanamento volontario, avvalorata da prelievi di denaro contante e dalla consultazione informatica di testi legati al concetto di libertà. Con il protrarsi dell’assenza dal reparto, tuttavia, la posizione del militare vira sul piano penale militare con la formale contestazione del reato di diserzione per la mancata riassunzione del servizio. Un’impostazione che ha a lungo congelato l’accertamento di eventuali responsabilità di terzi.
Il giallo dell’autovettura trattenuta e manomessa
Un capitolo centrale portato alla luce dall’avvocato Michele Allamprese riguarda la gestione della Peugeot 306 utilizzata il giorno della sparizione. L’auto viene trattenuta dai colleghi della Guardia di Finanza per venti giorni senza che alla famiglia venga notificato alcun provvedimento formale di sequestro, poiché la Procura aveva inizialmente aperto un fascicolo rubricato come “Modello 45” (fatti non costituenti reato).
Quando la moglie Caterina riesce infine a riportare il veicolo nel box di casa, l’autovettura si presenta in condizioni anomale. I consulenti tecnici della famiglia, Mirko Varezzotto e Nicola Caprioli, accertano mediante rilievi fotografici e filmati che la vettura è stata palesemente smontata e ricomposta, in particolare nelle sezioni in cui scorrono i cavi elettrici, e riscontrano la mancanza della quasi totalità dei poggiatesta dei sedili. Nonostante la presenza accertata di tracce genetiche e dattiloscopiche all’interno dell’abitacolo e le immediate richieste di accertamenti irripetibili tramite la Polizia Scientifica, nessuna perizia ufficiale viene disposta, così come non vennero mai richiesti i dati della scatola satellitare dell’assicurazione.
Le nuove scoperte: il documento di licenza e le richieste in Procura
Gli sviluppi più recenti dell’inchiesta difensiva, svelati nel podcast curato dal legale della famiglia, riguardano la documentazione amministrativa di servizio dell’appuntato. Le verifiche sui documenti interni hanno fatto emergere forti incongruenze e anomalie sul periodo di licenza di cui Conversano avrebbe goduto poco prima di sparire.
L’avvocato Michele Allamprese ha depositato presso la Procura della Repubblica di Bari un pacchetto di 7 distinte memorie e consulenze tecniche, richiedendo formali ed indifferibili accertamenti tecnici irripetibili da affidare al RIS o alla Polizia Scientifica sull’originale del documento di licenza e sui reperti dell’autovettura. La famiglia Conversano e l’Associazione Penelope hanno confermato che si opporranno a qualunque eventuale richiesta di archiviazione, pretendendo che le indagini per omicidio volontario facciano piena luce su ogni zona d’ombra che per oltre sette anni ha avvolto la scomparsa del servitore dello Stato.

