Domenica, ore 11:47

A ricordare l’insigne glottologo e storico della lingua monopolitana ed a rendergli omaggio è il prof. Domenico Morgante

Quest’anno, ricorre il centenario della nascita del prof. Luigi Reho.

In sua memoria è il prof. Domenico Morgante che, questa mattina, ha postato sul gruppo Facebook “Nò j-ê facele a scrévere u dialètte nuste de Menòple!” lo spartito della pizzica monopolitana annotato in un pomeriggio d’estate di molti anni or sono durante una visita di sua suocera dott.ssa Porzia Ostuni Mattioli all’insigne glottologo e storico del vernacolo monopolitano.

Nel centenario della nascita di Luigi Reho (1916-2013), insigne glottologo e storico della lingua monopolitana (e non solo…), nonché mio grandissimo amico, vorrei rendergli un mio personale e affettuoso omaggio – scrive il prof. Morgante – pubblicando, anche a beneficio di tutti gli estimatori del dialetto monopolitano, il frutto di un pomeriggio d’estate di molti anni fa, trascorso in sua compagnia in occasione di una visita che volle fargli mia suocera, l’indimenticabile Dott.ssa Porzia Ostuni Mattioli (1916-2009), sua coetanea e amica sin dai tempi del Liceo Classico, frequentato a Monopoli, dove furono entrambi allievi di spicco del “mitico” Preside Prof. Gregorio Munno (1891-1966).
Tra un ricordo e l’altro, tra riflessioni colte ed episodi ameni, venne fuori anche il tema della “pizzica”, pervenendo subito all’interessante e felice conclusione che anche Monopoli ne avesse una propria. Luigi aveva già pubblicato una strofa (la prima riportata nella mia ricostruzione) nel suo fondamentale volume “Canti monopolitani” del 1968 (p. 77), mia suocera (dotata di una memoria alla Pico della Mirandola) ne tirò subito fuori un’altra (la seconda in partitura), per di più accompagnandola con la relativa melodia. Io ero, come suol dirsi, “in brodo di giuggiole”; fornitomi di foglio e penna, annotai subito quei preziosi ricordi, che trasformai già il giorno seguente in una vera e propria partitura, rimasta chiusa fino ad oggi in un cassetto nell’attesa di un’occasione propizia per essere tirata fuori.
Dall’analisi sia della melodia che del testo emerge uno sviluppo musicale inquadrabile nei canoni delle “tarantelle” di ambito meridionale, mentre determinati elementi testuali, specificamente quelli che fanno esplicito riferimento ad alcuni strumenti musicali (chitarra e chitarrone; tamburello e colascione), ne attestano la tradizione plurisecolare. Difatti sia il chitarrone (detto anche “tiorba romana”) che il colascione sono strumenti di tradizione rinascimentale; e in particolare del secondo dei due ne è ampiamente attestato l’uso nell’Italia meridionale soprattutto durante il XVII secolo.
Il software di notazione musicale purtroppo non consente l’inserimento delle vocali con doppio accento acuto, pertanto si è sopperito (a cominciare dal titolo) con l’accento acuto semplice.

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