Tutta la storia del “Giambellino”, il Grande Esule

san-pietro-martire4Domenica, ore 12:00

Riproponendo un articolo dell’ex illustre Primo Cittadino di Monopoli, Remigio Ferretti, riguardante la storia del famoso dipinto conteso, che contiene numerosi spunti e aneddoti storici, corredato da alcune sue note, il nostro lettore Ferruccio Ferretti contribuisce a ricostruire le peripezie del “San Pietro Martire” di Giovanni Bellini

Il “San Pietro Martire” del Giambellino torna nella Chiesa di San Domenico |  Il “San Pietro Martire”, un gioiellino d’arte veneta

Del S. Pietro Martire, il famoso dipinto del Giambellino(1) che, dal XVI secolo ad oggi, ha costituito e costituisce, per Monopoli, motivo di orgoglio, amarezza e nostalgia, hanno scritto, molti decenni fa, uomini di valore e competenza(2). Essi ne hanno ricordato le vicende, studiato ed illustrato i pregi pittorici, alla luce dell’arte rinascimentale e dell’intera opera dell’illustre pittore veneto. Sicché, specie per quest’ultimo aspetto, poco o nulla potrebbe aggiungersi a quanto sostenuto e pubblicato da tali benemeriti studiosi.

Può essere comunque, in particolare per i giovani, nuovo e per certi versi stimolante, rifare la storia del Giambellino e del periodo che va dal 1913 al 1933, approfondendone i risvolti politico-ammininistrativi, con brevi connotazioni d’ambiente e di colore ed anche gli echi, i ricordi e i rimpianti del periodo successivo, ancor oggi non del tutto spenti.

L’”avventura” di questo quadro(3), di valore inestimabile, si snoda attraverso gli ultimi due lustri della democrazia prefascista, il ventennio fascista e l’era repubblicana: quasi settant’anni di storia della città e delle classi dirigenti che, espressione dei diversi climi politici, mentalità e costumi, vi hanno governato ed operato: puntuale punto di riferimento, tra i primi piani e dissolvenze, il nostro Giambellino.

Siamo nei primi mesi del 1913. Nel firmamento politico italiano, non privo di nubi, l’astro maggiore è Giolitti(4), con la sua luce e i suoi maligni influssi. La guerra libica si è da poco conclusa e, come dopo tutte le guerre, urge l’esigenza di una “ripresa”; per favorirla, si tenta di “mettere ordine” nei vari settori della vita del Paese, anche in quello dei “beni culturali”.

Piomba infatti in terra di Bari un inviato del Ministero della Pubblica Istruzione, Capo-Sezione presso la Direzione generale per i Monumenti, Antichità e Belle Arti, il dott. Attilio Rossi(5), funzionario accorto e zelante. Egli ha un preciso compito: prendere visione del patrimonio artistico delle diverse città, constatarne le condizioni e agire in conseguenza, ai fini della sua tutela e conservazione.

Giunge a Monopoli, verosimilmente già informato della esistenza, nella cinquecentesca Chiesa di S. Domenico(6), del capolavoro belliniano, vi si reca e, alla sua vista, si mostra stupito e ammirato, poi scandalizzato e dolente per lo stato deplorevole del dipinto.

Era sindaco di Monopoli il dott. Giuseppe Pugliese (1875-1953), uomo integerrimo e medico valente, riservato ed austero, anche se a volte non privo di humour. Già capo della Civica Amministrazione per breve tempo (nel 1910) era, di estrazione e convinzione, liberale, espressione di quella “borghesia illuminata” che si considerava erede della migliore tradizione risorgimentale.

Il Rossi informa le autorità locali dell’esito della sua ricognizione e della inevitabile decisione di proporre al Ministero il trasferimento del quadro a Roma per il suo necessario ed urgente restauro, a mente dell’art. 4 della legge 20.6.1909, n. 364.

Comincia così uno spietato braccio di ferro tra il comune di Monopoli e l’Autorità centrale: chi è in realtà questo dott. Rossi? Come mai si presenta senza preavviso e senza credenziali? E’ legalmente abilitato ad operare una vera e propria “spoliazione” ai danni della città? Per ottenere precise risposte a tali interrogativi, l’Amministrazione interpella le superiori Autorità: le risposte non lasciano adito a dubbi: il dott. Rossi è designato a pieno titolo dal Ministero competente a compiere la ricognizione delle opere d’arte in terra di Bari!

Gli effetti della visita del Rossi non si fanno molto attendere: il 24 maggio del 1913, il Ministero, con telegramma, invita il comune di Monopoli, in forza della Legge già citata, a spedire senza indugio a Roma il Giambellino, per l’indispensabile restauro.

Nel silenzio delle Autorità locali, il 13 giugno (appena venti giorni dopo), torna tra noi il dott. Rossi: porta questa data il verbale di consegna del dipinto, stilato nella Chiesa di S. Domenico e firmato dal rappresentante del Ministero, dal Sovrintendente di Puglia dott. Cremona e dal vice-sindaco f.f. Pietro Giudice, maggiore in congedo (sintomatica l’assenza del sindaco Pugliese). Nel documento si sottolinea il preciso impegno del Ministero alla restituzione della tela al Comune di Monopoli, appena ultimato il restauro, nonché all’assunzione delle spese. Mentre si svolge il triste protocollo, lungo la via S. Domenico sostano gruppi di cittadini, che vivacemente protestano contro la decisione romana; non è difficile intravedere, anche a tal riguardo, la “regia” dell’Autorità comunale, non priva di ingenuità e forzature, ma comunque ammirevole, che spesso si giovò, nell’appassionata difesa del dipinto, di un argomento ad “effetto”: lo spauracchio di disordini e la necessità di garantire l’ordine pubblico. Altri motivi addotti a sostegno della generosa battaglia erano di natura giuridica (il dipinto, affidato in custodia alla Congrega di S. Cataldo, era di “esclusiva proprietà” del comune, in virtù del D.L. 7.7.1866, n. 3036, relativo alla soppressione degli Enti ecclesiastici) altri, di fatto (si negava che la tela fosse gravemente compromessa “ad opera dei tarli”, tanto da causare “il distacco delle vernici”) tutti, per la verità non molto solidi. In realtà, l’Amministrazione comunale non si fidava dell’Autorità centrale, certo non a torto!

Il S. Pietro Martire, molto probabilmente affidato al Comando dei Carabinieri, non parte subito per la capitale, certo per le pressioni, i temporeggiamenti, i cavilli cui abilmente ricorre il sindaco: si eccepisce, tra l’altro, la mancata emanazione e notifica di un regolare decreto del Ministero, che peraltro arriva il 24.6.1913, corredato dal parere del Consiglio superiore. Anche il Questore di Bari, Calabrese, sollecita, in pari data, la consegna del quadro. Ma questo rimane ancora presso la Caserma dei Carabinieri, nonostante una ennesima, perentoria diffida ad adempiere, del Ministero, in data 9.10.1913. Infatti, ancora il 29.11. dello stesso anno, il sindaco Pugliese, che non si rassegna, invia un lungo motivato esposto al locale comando della Benemerita, con invito…a rimettere al proprio sito, nella Chiesa di S. Domenico, il disputato dipinto.

Ma, verso la fine del 1913, il Giambellino raggiunge Roma.

Ebbene, incredibile a dirsi, già il 2.2.1914 il nuovo sindaco di Monopoli, Pietro Rotolo, interessa l’on. Luigi Capitanio(7), perché perori presso il Ministero la sua restituzione. Subentra la dolorosa parentesi della guerra 1915-18, ma subito dopo, le autorità comunali tornano a insistere per riottenere il dipinto. Particolarmente interessante e vivace, l’intervento, nel 1920, del Sindaco avv. Vadalà presso le autorità romane, peregrine le scuse addotte dal Ministero per giustificare la ritardata restituzione, di cui pur si ribadisce l’impegno: persino la non ancora ripristinata sicurezza dei trasporti per ferrovia! Sorprendente la proposta, con riservata del 19.7.1920, del Sovrintendente Carlo Calzecchi(8) al Sindaco della città: un cospicuo indennizzo dello Stato al Comune di Monopoli, in cambio del S. Pietro Martire.

Ma il quadro, che, assai ben restaurato, faceva bella mostra di sé a Palazzo Venezia, nella Sala dei Parametri, incantando critici, artisti, amatori e turisti di tutte le città e nazioni, resta ancora, “grande esule”, in Roma. E ciò, nonostante si levino molte voci, anche autorevoli, ad invocare il suo ritorno in patria, tra le altre, quella dell’ispettore onorario alle Belle Arti, cittadino battagliero e buon pittore, Vincenzo Brigida, e l’indimenticabile Armando Perotti(9).

1922: avvento del Fascismo. Al Sindaco Ignazzi subentra, ancora una volta, il dott. Pugliese, che riprende, imperterrito, dopo circa un decennio, la strenua lotta per la riconquista del Giambellino. E gli arride, questa volta, la vittoria: il prefetto Gasperini, il 24.12.1925, gli annunzia che la penata restituzione è stata autorizzata. Val la pena di osservare che il fascismo adottava, sin da allora, il metodo del “bastone e della carota”: dopo il delitto Matteotti(10)(e il resto), parve forse opportuno restituire ad un comune del sud quanto era stato maltolto dalla “fiacca ed imbelle democrazia parlamentare”. Comunque il sindaco Pugliese l’aveva spuntata e con lui l’intera città. Il S. Pietro Martire è sistemato sul palazzo comunale, nella Sala che sarà poi chiamata “Perricci”.

Ma, purtroppo, per lo stupendo dipinto non è ancora finita! Ormai non è più tempo di sindaci, ma di podestà. E’ nominato podestà di Monopoli un giovane avvocato, colto e intelligente: Giuseppe Maggi. Ma, in tempo di dittatura, anche gli uomini dotati e capaci possono poco.

Consolidato il regime, la “carota” torna ad essere un volgare vegetale; arriva dall’alto un invito, (in realtà un ordine): i Comuni debbono cedere le loro opere d’arte più insigni per costituire, in Bari, una Pinacoteca provinciale. La vocazione autoritaria del “nuovo corso” si sposa con quella antica del Capogruppo ad accentrare, a monopolizzare, a strafare. Con delibera dell’8.8.1929, il S. Pietro Martire viene “dato in custodia” all’Amministrazione Provinciale di Bari.

La grande fiammata giambelliniana, che pare si spenga, pure, qualche anno dopo, dà ancora timidi guizzi: nel 1933 un prefetto coraggioso, infastidito per le beghe dei gerarchi monopolitani, nomina Commissario straordinario al Comune l’avv. Giacomo Caracciolo. Uomo di destra, onesto, pignolo ed attivo, estraneo alle cricche dei politicanti locali, è inviso ai “capi” fascisti e da essi, con ogni mezzo, osteggiato. Ebbene, molti pensano che egli sia l’uomo adatto a “strappare” a Bari il tormentato dipinto; c’è infatti, agli atti, una petizione di cittadini che, informati, speranzosi, pressati, a tal fine si rivolgono a lui: primo firmatario, il sig. Giovanni Iaia. Ma la cosa non ha seguito, ché i fascisti, dopo circa un anno, riescono a liberarsi dallo scomodo commissario Caracciolo.

Dopo, per quasi cinquant’anni, pavidità, disinteresse, silenzio; ancor oggi il Giambellino è “esule” in Bari e costituisce “la gemma più preziosa” della Pinacoteca (testuale espressione usata, qualche tempo fa, dalla sua direttrice, dott.ssa Belli-D’Elia(11)). Alle rare, più recenti sortite di alcuni tenaci innamorati del Giambellino, tendenti a riaverlo tra noi, si obbietta, e a ragione: Se vi fosse restituito, quale sede degna e sicura gli destinereste? Forse ancora la Sala Perricci, da tempo adibita alle riunioni del Consiglio comunale, che non proteggerebbe certo il capolavoro da gravi, forse irreparabili danni?

La prospettiva della creazione di una galleria d’arte antica e moderna nella nostra città è invero molto lontana: il Giambellino dunque resta ancora a Bari, in verità sorvegliato, tutelato, ammirato. Ma Monopoli, se e quando vi pensa, si sente umiliata, mutilata: il Giambellino non è stato soltanto una meravigliosa opera d’arte, ma un fatto ideale e culturale di speciale rilievo, una testimonianza di civico prestigio, un brandello vivo della sua storia.

Ed ora, una breve morale di questa che favola non è: tre classi politiche, tre generazioni la prefascista, denigrata spesso a torto, la fascista e l’attuale, maturata in tempo di democrazia repubblicana, si sono succedute, nel giro di circa settant’anni. Se si dovesse formulare per esse un giudizio di valore, la prima sarebbe promossa con lode, la seconda, respinta con biasimo e la nostra…rimandata ad altra sessione, perché impari ad amare Monopoli d’amor più forte!

Ci pare già di sentire certi corvi gracchiare: ma questo è provincialismo, è campanilismo! Ebbene, voi corvi, malati di falso cosmopolitismo, ricordate che Socrate, “cittadino del mondo”, fu figlio della sua amata Atene, ove nacque, visse, meditò e morì. E fu Atene, luminosa per storia, cultura, arte e scuole filosofiche che gli schiuse più vasti orizzonti del vero. In patria, si sa, i “profeti” non hanno fortuna e a Socrate non toccò sorte diversa, ma la sua città, proprio processandolo e condannandolo a morte, lo consacrò gloria e guida dell’intera umanità.

Pubblicato su “Puglia” del 25-26/5 e 4/6/1981 e “L’Informatore” del 25/7 e 26/9/1987.

(1) Giovanni Bellini (Venezia, 1433 circa – Venezia, 26 novembre 1516) pittore italiano, uno dei più celebri del Rinascimento, noto anche con il nome Giambellino.

(2) All’epoca di questo testo, sicuramente Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte italiana, Sansoni, Firenze, 1968

(3) Il dipinto raffigura il Pietro da Verona al secolo Pietro Rosini (c.ca 1205 – 6 aprile 1252) santo patrono della sua città nel momento dell’assassinio a Seveso. Infatti, si racconta che il priore domenicano venne assassinato nella foresta di Barlassina con una roncola, mentre si recava a piedi da Como a Milano. Le agiografie riportano che intinse un dito nel proprio sangue e con esso scrisse per terra la parola “Credo”.

(4) Il quarto governo Giolitti durò dal 30 marzo 1911 al 21 marzo 1914. Si concludeva indi quella che è stata poi definita dagli storici l’”età giolittiana”, un periodo di progresso economico, di rivoluzione industriale e di modernizzazione, di notevole rigoglio culturale e di mutamenti nella società e nel costume, che avvicinarono l’Italia al livello dei paesi più moderni e industrializzati; furono “gli anni in cui meglio si attuò l’idea di un governo liberale” (Croce, Storia d’Italia, p. 233).

(5) Attilio Rossi, (Castel Madama1875-1966), fu dirigente presso la Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti dove espletò importanti incarichi, quale direttore della Regia Calcografia e direttore di Villa d’Este; fu anche autore di articoli di carattere storico artistico e bibliofilo. Ha lasciato un fondo privato costituito dalla sua immensa biblioteca.

(6) La presenza dei frati domenicani, dell’ordine dei Predicatori, a Monopoli risale al 1270 ed è stata tra le prime in Puglia. I domenicani fondarono fuori le mura, nell’area di Cala Fontanelle, più precisamente in prossimità della Cripta di S. Giorgio, la Chiesa di Santa Maria Nova, omonima della chiesa dello stesso ordine di frati a Firenze. Dopo la distruzione della chiesa e convento di S. Maria Nova nelle guerre del 1528, il 10 aprile del 1532 i frati decisero di costruire il loro nuovo complesso all’interno dell’abitato a mezzo permuta dei loro terreni “extra moenia” vicino al complesso dei Minori Osservanti, con un terreno di don Pirro della Croce. Il quadro era stato commissionato dalla famiglia Indelli per essere posto nella Cappella di famiglia all’interno della chiesa.

(7) Luigi Capitanio (Monopoli, 15 dicembre 1863 – 20 agosto 1922) medico e politico, è stato deputato nelle file del Partito Liberale nella XXIV Legislatura del Regno d’Italia.

(8) Carlo Calzecchi Onesti (1886 – 1943) Soprintendente dal 1933 al 1939.

(9) Armando Perotti (Bari, 1865 – Cassano delle Murge, 1924) scrittore e poeta, studioso e giornalista, attento osservatore e conservatore delle realtà pugliesi e della cultura regionale fu un letterato di grande sensibilità e cultura.

(10) Giacomo Matteotti fu ucciso il 10/6/1924 dal mazziere fascista Giuseppe Viola durante il suo rapimento.

(11) Pina Belli D’Elia è stata direttrice della Pinacoteca provinciale, dal 1974 al 1988.


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