Il “San Pietro Martire” del Giambellino torna nella Chiesa di San Domenico

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Domenica, ore 12:13

La fedele riproduzione è stata donata dall’artista monopolitano Vincenzo Mantriota

Nei giorni scorsi, una fedele riproduzione del “San Pietro Martire” del pittore italiano Giovanni Bellini (Venezia, 1433 circa – Venezia, 26 novembre 1516), uno dei più celebri del Rinascimento (noto anche con il nome Giambellino), è stata donata alla Chiesa di San Domenico di Monopoli, dove un tempo giaceva l’originale che oggi è custodito presso la Pinacoteca Provinciale “Corrado Giaquinto” di Bari, diretta dalla dott.ssa Clara Gelao.

L’opera è stata realizzata dall’artista monopolitano 89enne Vincenzo Mantriota (noto anche come l’ultimo restauratore del crocifisso in cemento armato del Cristo della SP 113 Monopoli-Alberobello, meglio conosciuta come “Panoramica”) all’interno del suo laboratorio, dove tre mesi fa circa ha ricevuto la visita del Vescovo della Diocesi Conversano-Monopoli Mons. Domenico Padovano, rimasto entusiasta della copia del “San Pietro Martire” tanto da parlarne al Vicario Generale e Moderatore di Curia don Vito Fusillo e con la soprintendenza, che l’ha reputata degna di nota.

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Particolare del San Pietro Martire di Giovanni Bellini

Il “San Pietro Martire” di Giovanni Bellini torna così nella Chiesa di San Domenico, nella stessa area in cui sorgeva tempo addietro la chiesa domenicana di Santa Maria la Nova, all’interno della quale in origine la tavola fu commissionata da una famiglia in fase di identificazione, forse scongiurando per sempre la possibilità che il dipinto su tavola originale sia restituito alla città di Monopoli che, nel frattempo, non è stata neanche in grado di realizzare un adeguato museo che potesse accoglierlo.

Il San Pietro Martire di Giovanni Bellini
Il San Pietro Martire di Giovanni Bellini

Difatti, l’opera pittorica è esposta in uno spazio climatizzato della Pinacoteca di Bari, per ottenere un accettabile tonalità dei due dopi del supporto del dipinto come sottolineato nel corso dell’altisonante conferenza incentrata su una “Panoramica storica, artistica ed il restauro di uno dei più importanti dipinti presenti in Puglia: il “San Pietro Martire” di Giovanni Bellini” a cura della professoressa Clara Gelao (Direttrice della Pinacoteca Provinciale di Bari), organizzata il 19 gennaio 2013 presso la Sala Conferenze del Museo Diocesano dall’Associazione Culturale “Pietre Vive Cattedrale Monopoli”, che evitò che l’evento fosse considerato un momento di discussione sulla “contesa”; ciò nonostante, l’iniziativa rappresentò altresì l’occasione per l’ex Sindaco di Monopoli, nonché Presidente di PA.S.T.E.U.R., Walter Laganà di rinnovare la richiesta di restituzione al Comune di Monopoli da parte della Provincia di Bari.

LA SCHEDA DETTAGLIATA DELL’OPERA – fonte www.pinacotecabari.it

Oggetto: Dipinto
Soggetto: San Pietro martire
Materia/tecnica: Tempera su tavola
Misure: cm 194×84
Datazione: fine nono decennio del XV secolo
Autore: Giovanni Bellini
Luogo e periodo di attività dell’autore: Venezia 1430/35 ca., 29 novembre 1516
Collocazione: Sala III
Descrizione:
Firmato: IOANNES BELLlNVS in basso, sul bordo del gradino.La tavola si trovava in origine nella cappella dello stesso titolo nella chiesa domenicana di Santa Maria la Nova a Monopoli – cittadina pugliese sulla costa adriatica, che fu amministrata direttamente dalla Repubblica di Venezia tra il 1495 e il 1530 -, donde fu successivamente trasferita nella chiesa di San Domenico, sorta sulla stessa area a partire dal 1530. Contrariamente a quan­to riferito sinora, il patronato della cappella di San Pietro Martire, che sappia­mo contigua a quella di San Girolamo e Santo Stefano (Archivio Unico Dio­cesano di Monopoli, Selva d’oro E. 495) non apparteneva alla famiglia Indelli – che deteneva invece quello della cappella di San Domenico, da cui provie­ne il dipinto di Jacopo Palma il Giovane raffigurante San Domenico con Santa Caterina d’Alessandria, Santa Marta e Santa Maria Maddalena, erroneamente indicato come San Domenico Soriano (GLIANES, 1643, p. 48; n. ed. 1994, p. 80; INDELLI Ms 1779, cap. XIV, 56, ed. 2000, p. 439), ora nel Museo Diocesano di Monopoli – ma a famiglia ancora non identificata.
Nel 1870, a seguito della soppressione dei conventi, il dipinto del Bellini passò nel locale Municipio e di qui, allo scopo di assicurarne la conservazione, presso il Museo Provinciale di Bari, dove risulta presente già intorno alla fine degli anni Venti del Novecento, e successivamente in Pinacoteca.
Nel 1948 il dipinto fu restaurato a cura dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma. In tale occasione, data la presenza dei disegni sul retro, in parte sovrapposti alle cambre a farfalla che uniscono le due assi verticali di cui è formata la tavola, si rinunciò a ridurne l’imbarcatura, peraltro poco accen­tuata. Attualmente, si nota una leggera fenditura longitudinale in corrispon­denza della congiunzione delle assi e la vernice protettiva risulta notevol­mente ossidata.
La monumentale figura di San Pietro martire, dal volto barbuto lievemen­te reclinato verso destra, si staglia in piedi su un nitido sfondo rappresen­tato dal piano di posa e dal retrostante parapetto, entrambi in breccia di Verona (chiara allusione alla città d’origine del santo) di un caldissimo color salmone, e dal cielo azzurro fondo su cui sembrano transitare molle­mente due registri di morbidi cirri biancastri. Una luce meridiana, calda e naturale, illumina la scena, dando risalto, in un sapientissimo gioco di tra­passi cromatici, alla resa delle ombre (quella della figura del santo proiet­tata sul piano di posa e quella del manto nero sullo scapolare bianco del­l’abito da domenicano).
Particolarmente realistica la resa della roncola e del pugnale infissi nella testa e nel petto del santo, in cui abili lumeggiature restituiscono il luccichio del metallo, e la splendida rilegatura in cuoio rossastro, decorata da cande­labre a rilievo e medaglioni, del libro mostrato con la destra.
Nel 1937 il Gamba ipotizzò che la tavola, dall’insolito formato lungo e stretto, avesse fatto parte di un trittico smembrato, i cui scomparti latera­li erano a suo parere da riconoscere in due tavole (in verità di misura diversa, cm 108,7×42,3) nella Galleria Nazionale di Zagabria, raffiguranti rispettivamente Sant’Agostino (?) e San Benedetto campeggianti su uno sfondo di cielo sensibilmente diverso: opinione rifiutata dal Pallucchini (1959), dal Bottari (1963), dal Pignatti (1969) e, seppure a malincuore, dal Robertson (1968).
La tavola fu resa nota agli studi dal Frizzoni, che la datava al 1490; subito dopo, la citavano il Longhi, che ne notava i forti caratteri pierfrancescani, e il Venturi, che ne spostava all’indietro la datazione, ponendola a ridosso della Pietà di Brera, intorno alla fine del settimo decennio. Il Berenson sot­tolineava le affinità del dipinto barese con la Pala di San Giobbe (quest’ul­tima peraltro di controversa datazione, comunque antecedente al 1487), seguito dal Gronau, dal Dussler e dallo Huse. Bottari ne anticipava nuova­mente la datazione tra il 1468 e il 1474 mentre Heinemann, notando una certa rigidezza nella figura del santo, considerava la tavola contemporanea alla Resurrezione di Berlino (ca. 1475). Michele D’Elia, riprendendo lo spunto di Longhi, sottolineava gli echi pierfrancescani – in particolare dal San Nicola da Tolentino del Museo Poldi Pezzoli – e antonelleschi, e la data­va tra il 1485 e il 1488. La studiosa Goffen la ritiene vicina al trittico dei Frari, come già Robertson e Pignatti, il quale la datava al 1487. Tempestini ritiene invece che si debba rimanere più prossimi alla Pala di San Giobbe, da lui datata non prima del 1485.
Sollevano dubbi sulla completa autografia del Bellini il Robertson, la Gof­fen e il Tempestini.
È da notare che l’idea di proiettare la figura del santo in piedi su uno sfondo di cielo azzurro cupo su cui sono ritagliate nuvolette compare già nello scom­parto centrale del polittico di San Vincenzo Ferrer nella chiesa di San Zanipo­lo a Venezia (1465 ca.), dove però mancano il parapetto e il pavimento in brec­cia di Verona e dove invece sono presenti serafini e cherubini (è singolare come sul retro dei tre scomparti principali del polittico siano visibili anche in questo caso disegni a carboncino). Ma il percorso compiuto dall’artista in direzione di una pittura morbida, ben fusa, a leggere velature e ricca di valori tonali rende tale rapporto semplicemente indicativo e valido solo a livello iconografico. L’estrema finezza d’esecuzione e l’eccezionale abilità con cui è resa la sottile malinconia del volto del santo rendono incomprensibile l’evocare, come fatto da taluni, l’intervento di un aiuto. Di particolare acribia il fregio a grottesche che adorna la rilegatura del volume retto dal santo, denotante l’attenzione del Bellini (peraltro assai precoce) verso il mondo classico, trasmessagli dal cogna­to Andrea Mantegna. Attenzione confermata dalla bellissima candelabra dise­gnata sul retro, che Urbani giudica “di un gusto progreditissimo al quale non si potrebbero trovare adeguate traduzioni plastiche che in esemplari già cin­quecenteschi” (1949, p. 89), mentre la sottile e nervosa figuretta di paggio ignudo prefigura il San Sebastiano dell’Allegoria sacra agli Uffizi, recentemen­te (TEMPESTINI, 1992, p. 218) posticipata agli inizi del nuovo secolo.
Tutti gli elementi notati portano a fissare la datazione del dipinto intorno alla fine del nono decennio del Quattrocento.
Una derivazione dalla tavola barese è nel San Pietro martire che compare, tra i Santi Nicola e Benedetto, nella grande pala di Cima da Conegliano ora a Brera, databile tra il 1505 e il 1506 (su questa cfr. l’aggiornata scheda di HUMFREY in Pinacoteca di Brera, 1990, pp. 115-117).
La presenza, accanto al santo martire veronese, dei due santi indicati, non­ché il palese rapporto con la tavola ora a Bari parrebbero riaprire il proble­ma (recentemente rilanciato dalla Goffen, secondo la quale il dipinto bare­se faceva parte di un trittico o di un polittico i cui restanti scomparti sareb­bero perduti), se questa non fosse effettivamente accompagnata dalle due tavole di Zagabria, nelle quali forse non a caso il Berenson riconosceva San Nicola (e non, come di solito, Sant’Agostino) e San Benedetto: gli stessi che compaiono, in forme e atteggiamenti analoghi, nella tavola di Cima. Sembra più probabile, comunque, considerando la profilatura centinata dell’imma­gine dipinta di San Pietro Martire, che l’innegabile singolarità del formato sia dovuta ad una collocazione nell’alzata di un altare ligneo sul tipo di quel­lo che, qualche anno dopo, inquadrerà il Sant’Antonio da Padova nell’omo­nima chiesa di Monopoli, opera del pittore Costantino da Monopoli.
Derivato dal San Pietro martire barese è anche il quadro dello stesso sogget­to che Vittore Carpaccio dipinse nel 1514 per la chiesa veneziana di Santa Fosca, ora nel Museo Correr di Venezia, facente parte di un trittico com­prendente un San Sebastiano, anch’esso presso il Museo Correr, e un San Rocco nell’ Accademia Carrara di Bergamo (MAIUACHER, 1957, pp. 65 -66).
Schedatore: Clara Gelao
Bibliografia: GLIANES, 1643, p. 48;
FINAMORE PEPE, 1897, p. 411;
FRIZZONI, 1914, pp. 37-39;
LONGHI, 1914, p. 250;
VENTURI, 1915, p. 291;
BERENSON, 1916, p. 102 (ed. il. 1919, p. 102);
SALMI, 1919, p. 170;
SALMI, 1920, p. 212;
PEROTTI, 1923, pp. 92-98;
GRONAU, 1930, p. 206, foto p. 80;
HERMANIN, 1930, pp. 77-79, fig. 2 p. 77;
GERVASIO, 1930, pp. 92-97, fig. 34 p. 94 (pp. 90-94, fig. 33 p. 91);
VAN MARLE, 1923-1935, XV, 1934, p. 598, XVII, 1935, pp. 300301;
MOLAJOLl, 1934, p. 950;
DUSSLER, 1935, p. 89 e fig. 29;
URBANI, 1949;
URBANI, 1950, pp. 95-97;
BERENSON, 1958, I, p. 30;
BOTTARI, 1958;
PALLUCCHINI, 1959, pp. 74-76;
HEINEMANN, 1962, I, p. 64 e fig. 34 p. 70;
BOTTARI, 1963, II, p. 23, tav. 39;
D ELIA, in cal. Bari 1964, pp. 66-67, tav. III;
PALLUCCHINI, 1964, p. 216;
MORM0NE, 1964-1965, p. 67;
PALLUCCHINI A., 1967, fig. p. 4;
ROBERTSON, 1968, p. 43, 89, tav. LXIX b;
CALÒ, 1969, p. 66;
PIGNATTI, 1969, p. 98, n. 102;
BELLI D ELlA, 1969, pp. 25-26;
BELLI D ELlA, 1972, pp. 7-8, figg. 14-15-16 p. 7;
HUSE, 1972, pp. 52-53, fig. 38;
NAVARRO, 1987, p. 476, nota 11;
CAMPANELLI, 1989, p. 105, fig. 49, p. 107;
GOFFEN, ed. il. 1990, pp. 161,288,312 n. 60, fig. 120;
HUMFREY, in Pinacoteca di Brera, 1990, p. 116;
SGARBI, 1991, p. 130;
TEMPESTINI, 1992, pp. 54-55;
GLIANES, ed. 1994, p. 80;
GELAO, in La Pinacoteca, 1998, pp. 105-108;
INDELLI, ed. 2000, p. 439;
GELAO, in cal. Bari 1999-2000, p. 62, docc. p. 98.

LA LETTERA DI WALTER LAGANA’

Monopoli, 11 gennaio 2013

Rinnovo della richiesta di restituzione al Comune di Monopoli da parte della Provincia di Bari dell’opera pittorica del Giambellino, raffigurante S. Pietro Martire, dopo una raccolta di oltre 2.500 firme con una petizione popolare.

Gentile Direttore,

In occasione dell’appuntamento per sabato 19 Gennaio, presso la sala conferenze del Museo Diocesano sito a Monopoli in via Cattedrale 26, relatrice dell’evento la direttrice della Pinacoteca Provinciale di Bari, dott.ssa Clara Gelao,  l’Associazioni Politico-Culturale “PA.S.T.E.U.R.” (Patto per lo sviluppo Territoriale Equilibrato Urbano e Rurale) di Monopoli ritorna a  chiedere viva voce all’Ammistrazione Provinciale di Bari la restituzione del dipinto su tavola del San Pietro Martire di Giovanni Bellini, detto Giambellino (1428-1516), di proprietà del Comune di Monopoli, dopo una petizione popolare sottoscritta in tal senso da oltre 2500 cittadini.

L’opera, commissionata all’artista veneto dal magistrato monopolitano Leo de Arpona, fondatore della Cappella di San Pietro nel convento di Santa Maria della Nova, così chiamato quando il convento stesso era fuori le mura di cinta in località Fontanelle.

Nel 1530, dopo l’assedio della città  del Marchese Del Vasto, al servizio di Carlo V, il Convento, per motivi di sicurezza, venne trasferito in città conservando lo stesso titolo di Santa Maria della Nova, titolo che poi cessò, prevalendo quello di San Domenico (cfr Conaca Indelliana a pag. 195).

I de Arpona si imparentarono con gli Indelli e la cappella gentilizia fu ereditata dagli Indelli stessi nel momento in cui la famiglia dei de Arpona si è estinta a metà del 1500.

Va anche detto che San Pietro Martire è un Santo dell’Ordine dei Domenicani e che il potente convento ebbe un ruolo importantissimo nei primi anni del 1500, guarda caso durante la dominazione veneziana di Monopoli dal 1495 al 1530, periodo in cui tra le famiglie più prestigiose e gli uomini più illustri locali, tra i quali il citato magistrato Messer Leo de Arpona erano in ottimi rapporti con i rappresentanti politici, culturali ed artistici della Repubblica di San Marco.

La nobilissima famiglia monopolitana Indelli, aveva collocato nella cappella gentilizia della locale Chiesa di S. Domenico, attigua all’omonimo e famoso convento (sec.XVI), oggi Caserma del Comando dei Carabinieri, negli anni 1929-30, è stata proditoriamente scippata “e il modo ancor c’offende” (direbbe Dante) dall’Amministrazione Provinciale di Bari, che ne fece richiesta, per una mostra nel capoluogo dell’arte Veneta in Puglia e mai restituita, nonostante le continue richieste in tal senso da parte della Città di Monopoli.

Il Presidente della Repubblica, On. Giorgio Napoletano, che è stato coinvolto precedentemente e che ora legge per conoscenza, per noi, oltre ad essere il garante supremo e il garante della Costituzione Italiana, è, in uno stato di diritto, il giudice supremo della proprietà privata che, come l’opera del Giambellino di Monopoli, è stata inopinamente data in custodia con l’obbligo della restituzione da un improvvido podestà, Avv. Giuseppe Maggi, fasanese, con determinazione n. 139 del 16 luglio 1929-VII dell’era fascista che così recita: Determina di dare in custodia al Preside dell’Amministrazione Provinciale di Bari il quadro antico rappresentante il S.Pietro Martire del Bellini di proprietà di questo Comune (sic).

Il detto quadro ha le dimensioni di mt. 1,95×0,85 e rappresenta San Pietro Martire vestito dell’abito bianco dei Domenicani con mantello nero.

Ha il cranio attraversato da un pugnale e un altro pugnale è infisso nel cuore.

Con la mano destra regge un libro (probabilmente il Vangelo) e nella sinistra ha la palma del martirio.

In fondo al quadro è scritto “Joannes Bellinus”.

Il quadro porta sulla cornice un cartello in pergamena con le seguenti parole “Giovanni Bellini N.1428+1546 – San Pietro Martire – Dipinto appartenete al Comune di Monopoli – Esposizione provvisoria.

Un prestito che con prevaricazione, arroganza e prepotenza, usuali all’epoca, si è trasformato ancora fino ad oggi in una donazione anomala senza limiti di tempo (l’inalienabilità del dipinto, giusta art. 54 del Dlgs) .

I cittadini di Monopoli non possono più tollerare questo modo di fare e di comportarsi e vogliono la restituzione del Giambellino.

Che il dipinto fosse di proprietà comunale è dimostrato non solo dalla citata determinazione n.139/1929, che non lascia alcun dubbio, ma anche dal fatto che il Comune mandò a sue spese l’opera a Firenze per il restauro (di cui risulta agli atti dell’Archivio Storico Comunale un’abbondante documentazione) e anche dalla determinazione n.55/1932, avente per oggetto: “Lavori di riparazione e sistemazione dell’ex Convento di S. Domenico di proprietà Comunale”.

Il Comune di Monopoli, per legge, non avrebbe mai e poi mai impegnato i quattrini del proprio bilancio se il Giambellino e l’ex Convento di S. Domenico non fossero di sua proprietà.

Pertanto l’Amministrazione Provinciale di Bari non può vantare alcunché, tenendo presente che l’opera, appena sarà restituita, troverà una collocazione idonea nella sua stessa chiesa di San Domenico sull’altare degli Indelli dove era, o in alternativa nel bellissimo Museo Diocesano, entrambi muniti di custodi e di sofisticati impianti di custodia e di antifurto, dove sarebbe tutelata e valorizzata ed esposta al pubblico come un vero e autentico gioiello della tradizione culturale e artistica del nostro meraviglioso Cinquecento.

Pertanto la richiesta della restituzione del Giambellino alla Città di Monopoli dev’essere evasa non solo per opportunità, ma anche per il rispetto che l’Ente Provincia dovrebbe avere nei confronti dei Comuni e, in questo caso, del Comune di Monopoli in particolare, come è già capitato per la Madonna di Ognissanti di Giovinazzo.

Poiché le garanzie ci sono, è necessario provvedere alla doverosa restituzione, tenendo presente che l’Ente Provincia di Bari dovrà cedere il posto alla Città Metropolitana.

Cosa accadrà della Pinacoteca Provinciale?

Non sarebbe opportuno restituire l’opera al legittimo proprietario che è il Comune di Monopoli?

La Cancelleria della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, all’uopo interessata dall’Associazione Politico-Culturale-“PA.S.T.E.U.R.”, con nota 1314/07 – c. Laganà Italia del 19 gennaio 2007, si è dichiarata disposta a ricevere un eventuale ricorso per la salvaguardia della proprietà comunale del Giambellino dopo che i cittadini di Monopoli avranno esperito tutti i tentativi “in via bonaria” o giudiziale ed extragiudiziale.

PA.S.T.E.U.R.

Il Presidente

Prof. Walter Laganà


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