Venerdì, ore 18:06

Il sogno? «Confrontarsi con le altre tifoserie blasonate della serie B per avere la giusta visibilità»

di Paola Calabretto, giornalista
di Paola Calabretto, giornalista

Tutto è cominciato ben ventisette anni fa per una passione comune chiamata calcio.

Il 7 marzo 2014 (in una data simbolica perché rappresenta il giorno in cui è stato confezionato il primo striscione), gli amici ultras del gruppo “Bad Boys 1987” si sono ritrovati per festeggiare insieme l’importante traguardo, perché essere un “bad boys” significa non soltanto comportarsi allo stadio in un certo modo, ma farlo anche nella propria vita privata, a casa, in famiglia, a scuola o al lavoro: ovunque.

Era il 1987, quando la voglia di identificarsi in un proprio gruppo di una comitiva di amici, residenti nello stesso quartiere nei pressi del “Veneziani”, accomunati dalla frequentazione dello stadio e uniti dall’amore per i colori biancoverdi (per cui si fanno chilometri e chilometri pur di sostenere la maglia ed appendere il proprio vessillo) tramandatagli dai genitori di generazione in generazione, li spinse a fondare il gruppo dei Bad Boys 1987.

«Domenico Maggi, Felix Indiveri, Mimmo Cascione ed io – ci racconta in esclusiva Massimo Carolillo – decidemmo di chiamarci così ispirati dalla visione di alcuni noti film come Arancia Meccanica, oltre che dall’innato fascino che abbiamo per lo stile britannico (cui si rifà il “Tunnel 26”, ovvero la loro sede, le cui pareti sono tappezzate di fotografie e cimeli, sciarpe e maglie, frutto di viaggi e corrispondenze con le tifoserie di tutto il mondo, n.d.r.)».

All’epoca, però, la “Razzappart” (razza a parte, in vernacolo monopolitano) che si identifica in Mest Mob (il nome per metà in dialetto monopolitano e l’altra restante parte proveniente da uno slang inglese – che significa folla, gruppo organizzato – della mascotte a fumetti realizzata grazie al disegnatore Andrea Buongiorno e ad Alessandro su spunto offerto da Mister Harry e Braccio di Ferro di Popeye, che oggi ha preso fisicamente anche vita) non nega che nacque anche con una grande passione per la politica militante: «alla fine degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90, chi era tesserato FUAN o del Fronte della Gioventù, tutte frange giovanili MSI (Movimento Sociale Italiano) poteva far parte del nostro gruppo. Con l’imborghesimento della destra, però, abbiamo scelto di smettere di fare politica perché disgustati da questo modo di fare e così abbiamo deciso di diventare “scomodi e trasversali”, affrontando temi extracalcistici sugli spalti: il nostro motto è diventato “Nisciun n’accàt e nisciun nē vénd”».

Questa decisione, nel corso degli anni, ha implicato un’apertura a chiunque volesse, senza alcuna distinzione di appartenenza politica: «abbiamo una mescolanza generazionale che altrove non riesce a convivere», di aderire al gruppo che col trascorrere del tempo è riuscito a farsi apprezzare dalle tifoserie di tutto il mondo con cui annualmente nascono delle collaborazioni, soprattutto per iniziative benefiche, nonostante: «non neghiamo di non tirarci indietro nello “scontro”».

Quest’anno, infatti, è in programma per l’estate un’iniziativa con l’associazione culturale Mondopolitani con cui hanno un amore comune, quello per Monopoli, un’altra con l’associazione Vivilastrada.it per accrescere la sensibilizzazione all’argomento della sicurezza stradale e all’educazione delle nuove generazioni (nata dalla tragica esperienza vissuta sulla propria pelle dell’incidente stradale dei due giovani monopolitani deceduti Cristian Silecchia e Piero Palmisano e, dalla disavventura del tifoso biancoverde Michele Laneve) ed infine un’altra strettamente correlata e che riguarderà la riqualificazione della curva di località Santo Stefano.

Nel frattempo, però, mentre si spera che il Monopoli possa tornare in serie C, anche se: «al di là della categoria, l’importante è che il Monopoli ci sia, specialmente dopo aver assistito a diversi fallimenti societari», il sogno per eccellenza è quello che il Monopoli approdi in serie B per confrontarsi con le tifoserie più blasonate ed avere la giusta visibilità che merita, anche se ciò significherebbe dover fare la tessera del tifoso (obbligatoria dalla serie C in poi), fortemente contestata da tutte le tifoserie italiane.

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