Redazione The Monopoli Times 19 dicembre 2013
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Casetta dell’acqua zona Portavecchia – Foto Paola Calabretto

Giovedì, ore 00:07

Deleonibus: «I cittadini devono sapere che l’acqua del rubinetto è buona per legge!»

Tra qualche giorno, in città, saranno inaugurate le nuove “casette dell’acqua”. In merito è l’ingegner Giuseppe Deleonibus ad intervenire (taggandoci in una sua nota su Facebook), asserendo che «l‘Amministrazione Comunale dovrebbe impiegare i soldi per migliorare l’acqua del rubinetto e non investire in questi distributori», perché queste casette dell’acqua: «hanno sistemi di filtrazione che tolgono il cloro, peggiorano la qualità eliminando alcuni parametri e aumentano il rischio di contaminazione batterica».

 

LA NOTA – L’acqua deve detenere tutti i requisiti di sicurezza sanitaria necessari e in molti casi le caratteristiche particolari richieste dalla destinazione o dall’uso specifico previsto.
Le apparecchiature del trattamento dell’acqua sono generalmente accomunate dalla capacità di condizionare (refrigerare, riscaldare, gasare ecc.) l’acqua e/o di rimuovere dall’acqua alcune sostanze non gradite ovvero di aggiungerne o sostituirne altre gradite (solitamente dei sali o dei singoli elementi chimici).
Tutti i materiali che compongono le apparecchiature devono essere conformi al D.M. n. 174/2004 e, in difetto delle misure specifiche, al Regolamento CE n. 1935/2004.
Nessuna apparecchiatura può essere propagandata o venduta sotto la voce generica di “depuratore d’acqua”, ma solo con la precisa indicazione della specifica azione svolta.
Le Linee Guida su “L’impiego di apparecchiature per il trattamento dell’acqua da destinare al
consumo umano” definiscono “Case dell’acqua”: impianti posti in luogo pubblico o accessibile liberamente al pubblico, costituiti da un vano chiuso in cui vengono installate apparecchiature di trattamento, di raffreddamento e addizione di anidride carbonica all’acqua potabile, singolarmente o in abbinamento, la quale viene quindi messa a disposizione dei consumatori finali in modo non assistito. Quindi le “case dell’acqua” sono sistemi in cui un acquedotto pubblico o un operatore economico offre all’utenza, in postazioni appositamente attrezzate, la distribuzione di acque modificate rispetto a quelle erogate alle altre utenze allacciate, o qualsiasi altro sistema tecnologico che indichi nello scopo di utilizzo quello di modificare le caratteristiche delle acque potabili o di migliorarne il gusto. Queste apparecchiature sono previste nel Decreto Ministeriale 07/02/2012 n. 25.
Il D. Lgs. n. 31/2001 precisa che la responsabilità della conformità dell’acqua erogata all’utilizzatore finale è in carico al gestore dell’acquedotto fino al punto di consegna (di norma un contatore). Nel caso specifico delle case dell’acqua, se gestite dal medesimo gestore dell’acquedotto, il punto di consegna è direttamente un punto di erogazione. Trattandosi di punti di somministrazione al pubblico, per di più abitualmente non assistita, le case dell’acqua sono comunque assoggettate alle norme previste per gli OSA. Se tale OSA non coincide con il gestore dell’acquedotto, sarà il soggetto giuridico formalmente identificato in un atto contrattuale.
L’ASL aggiorna l’anagrafica delle imprese registrate e inserisce questi impianti nei propri piani di controllo ufficiale, secondo graduazione del rischio, anche in relazione all’esito dell’autocontrollo, anche analitico, attuato dal gestore. Gli esiti dell’autocontrollo devono essere resi disponibili all’ASL, su richiesta.
Si ricorda che l’impianto deve essere dotato di punti di prelievo per le analisi prima e dopo il trattamento applicato (ai sensi del D.M. 25/2012, art 5).
Per l’esattezza chi gestisce tali distributori rientra nella categoria di somministratori di bevande e pertanto deve rispettare le leggi relative ad HACCP e al piano di autocontrollo come tutti gli altri operatori del settore alimentare.
Sebbene l’acqua non sia fornita, nelle case dell’acqua, in contenitori sigillati, il fatto che essa sia destinata a un consumo dilazionato presso le abitazioni di chi l’attinge impone che siano rispettati tutti i valori di parametro previsti per le acque vendute in contenitori sigillati.
Se il gestore della casa dell’acqua mette a disposizione dell’utenza dei contenitori dovrà garantire l’idoneità degli stessi e delle loro modalità di conservazione.
Lo stesso dovrà fornire agli utenti anche le istruzioni e i consigli per il corretto attingimento e il successivo utilizzo dell’acqua.
A questo si aggiunga che come previsto da AQP spa (secondo una nota addirittura del 2006) l’uso previsto per queste “case” è quello “industriale”. Per cui per l’uso industriale (produttivo ex L. n.319/76) la tariffa è in funzione della quantità e qualità del refluo scaricato.
Praticamente cosa succede in una “casetta dell’acqua”? Si utilizza l’acqua proveniente dall’acquedotto e una presa di corrente elettrica monofase.
Il trattamento dell’acqua consiste nella filtrazione fino a 5 micron con declorazione, sterilizzazione e raffreddamento dell’acqua erogata. In aggiunta è prevista l’additivazione di anidride carbonica per l’acqua gassata.
Le “casette dell’acqua” (che presto saranno inaugurate anche a Monopoli) hanno sistemi di filtrazione che tolgono il cloro, peggiorano la qualità eliminando alcuni parametri e aumentano il rischio di contaminazione batterica. Qualche mese fa il ministero della salute ha emanato una circolare agli assessori regionali dicendo che queste casette dell’acqua dovevano essere assoggettate ai controlli. Ma purtroppo non è stato ancora fatto.
Il tutto crea una situazione batteriologica ad alto rischio: tanto per cominciare i contenitori casalinghi non sono sterili. In secondo luogo l’acqua viene filtrata per toglierle il saporaccio del cloro residuo, che, invece, dovrebbe essere presente per legge, trattandosi di uno degli elementi fondamentali che la rende potabile. Questo significa lasciarvi proliferare milioni, miliardi di coliformi fecali. E poi ci si ricordi che la filtrazione può far perdere i requisiti di potabilità.
I parametri di riferimento per verificare l’ottemperanza ai requisiti di potabilità sono quelli definiti dal D. Lgs. n. 31/2001. In particolare si segnala che quando le acque trattate sono raccolte in contenitori per un uso non immediato (differito) devono essere considerati i valori di parametro previsti per le acque confezionate nella parte A della tabella in allegato I del citato Decreto.
Il superamento dei valori di parametro sarà oggettivo solo quando supererà tale limite il risultato dell’analisi effettuata secondo i metodi normati, sottratto del valore di incertezza estesa calcolato dal laboratorio accreditato per la prova a norma UNI EN ISO/IEC 17025:2005, con fattore di protezione k=2. In sede di autocontrollo presso case dell’acqua, le Linee Guida consigliano di attenersi allo stesso criterio, utilizzando anche le serie temporali per valutare la variabilità dei controlli in relazione alla storia operativa dell’impianto.
Secondo le analisi svolte da Altroconsumo “il confronto tra acqua proveniente dalle fontanelle pubbliche e quella prelevata dalle case dell’acqua dimostra che gli acquedotti svolgono bene il loro lavoro. Le due acque dal punto di vista della qualità si equivalgono. Le differenze ci sono, ma non sono apprezzabili”.
Questo delle “casette dell’acqua” è un affare vero e proprio, che aggira il problema, presentandosi come un beneficio per i cittadini e naturalmente sottacendo chi c’é dietro, a fianco e dentro questa “allegra e utile” operazione, e quali e verso chi vanno gli utili dell’utilizzo di questo sistema di distribuzione dell’acqua, prelevata dall’acquedotto, quindi già potabile, e venduta alla modica cifra di 50 euro a metro cubo.
Un affare che costringe i cittadini a pagare più volte la stessa cosa: la prima volta per l’acqua pubblica e la seconda volta per l’acqua (che è la stessa che esce da qualsiasi rubinetto) microfiltrata e venduta.
Se non è un business che cosa potrebbe essere? Un tentativo di assaltare il sistema dell’acqua pubblica per arrivare alla privatizzazione dell’ultima risorsa vitale ed essenziale per l’uomo? Un assaggio per il mercato della liberalizzazione dell’acqua potabile, con tanto di utili per i privati?

L’accesso all’acqua potabile, in Italia garantito dal servizio idrico integrato, è un servizio essenziale privo di rilevanza economica, che dev’essere gestito integralmente dal pubblico con logiche sì di efficienza ed economicità, ma mirate alla solidarietà e non al profitto.

L’Amministrazione Comunale, dovrebbe impiegare i soldi per migliorare l’acqua del rubinetto e non investire in questi distributori.

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