La Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne

Lunedì, ore 22:46

Scarsa partecipazione in città

Un paio di scarpe rosse o più semplicemente un drappo o qualsiasi accessorio ed indumento di questo colore.

Questo, l’emblema della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, consumatasi quest’oggi in tutti i Paesi del Mondo.

Era il 17 dicembre 1999, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre (data scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981, per ricordare il brutale assassinio del 1960 delle tre sorelle Mirabal) come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare l’opinione pubblica in quel giorno.

Alla luce degli scandali, delle quotidiane atrocità; storie di donne su cui viene usata violenza (sia fisica che psicologica), violate o addirittura crudelmente assassinate o fatte sparire, l’intera penisola italica ha dimostrato la propria solidarietà nei confronti del sesso debole.

Minore riscontro si è avvertito, invece, nella realtà cittadina di Monopoli dove sono state pochissime le persone che hanno voluto esprimere la propria vicinanza, indossando qualcosa di rosso o lasciandola stesa sul proprio balcone o postando un fiocco rosso sulla propria bacheca di Facebook.

D’altronde dell’argomento bisognerebbe occuparsi quotidianamente, 365 giorni l’anno, anche se non sarebbe stato sbagliato condividere tutti insieme una grande piaga sociale per sensibilizzare l’opinione pubblica, così come è stato voluto con l’istituzione di questa giornata.

L’assassinio delle sorelle Mirabal

Le tre sorelle Mirabal, nel corso della propria vita, si opposero alla dittatura trujillista di Rafael Leónidas Trujillo e perciò la loro ribellione ed il loro impegno di fronte alle atrocità del regime prese corpo con la costituzione, nel 1960, del Movimento 14 di Giugno, sotto la direzione di Manolo Travares Justo.

Questo gruppo politico clandestino, si espanse in tutto il paese; venne strutturato attraverso nuclei i quali combatterono la dittatura, ma nel gennaio del 1960, il movimento venne scoperto dalla polizia segreta di Trujillo, il SIM (Servico de Inteligencia Militar) e i membri del movimento vennero perseguitati e incarcerati, tra cui le sorelle Mirabal e i loro mariti. Molti dei prigionieri vennero inviati al carcere di “La 40” (carcere di tortura e morte). Le sorelle vennero liberate alcuni mesi dopo, ma i loro coniugi restarono reclusi. Il 25 novembre 1960, le sorelle Mirabal, accompagnate dall’autista Rufino de la Cruz, andarono a fare visita ai mariti Manolo e Leandro, trasferiti nel carcere della città di Puerto Plata. Questo fa parte di una trama organizzata dagli agenti del SIM per assassinarle.

L’auto sulla quale viaggiavano le tre sorelle e l’autista viene intercettato e i passeggeri vengono costretti a scendere dal veicolo e condotti in un luogo appartato in una piantagione di canna da zucchero e uccisi a bastonate; i loro corpi vennero poi rimessi nel veicolo sul quale stavano viaggiando che venne fatto precipitare per un dirupo per simulare un incidente. Con la morte delle sorelle Mirabal, Trujillo credette di aver eliminato un problema, ma ciò causò grandi ripercussioni nell’opinione pubblica dominicana (nonostante la censura): molte coscienze si scossero e il movimento culminò con l’assassino di Trujillo nel 1961.

 

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